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Il disegno occulto di occupazione finanziaria dell’economia

Un articolo di Valerio Malvezzi

La cosiddetta “crisi” non esiste.

Parimenti, è un falso storico che le piccole imprese italiane siano state le cause di questa cosiddetta “crisi”, sul lato delle banche italiane.  Per quanto concerne il primo aspetto, siamo in un cambiamento deliberato e pianificato di sistema economico. Per quanto riguarda il secondo, è vero l’opposto, e cioè sono state le banche italiane, per complesse ragioni altrove spiegate, a mettere in crisi le piccole imprese italiane.

Al crescere della sofferenza del sistema, le banche non aiutano le imprese ma tagliano il credito.

Questa affermazione è documentata da questo grafico, che mostra la correlazione, cioè il collegamento, tra sofferenza delle imprese e restrizione del credito, tra il 2010 e il 2016.

Fonte: elaborazione Centro Studi Win The Bank su dati Banca d’Italia

Come si vede nel grafico quando le imprese soffrono e quanto più soffrono, proprio allora le banche tagliano – per regole di salvaguardia del sistema – il credito. Questi due concetti sono stati argomentati in due precedenti articoli.

Ora, voglio trattare dell’attualità, delineando scenari futuri sul sistema bancario italiano.

La prima cosa  è capire in termini semplici cosa sono i “crediti deteriorati”.

 

I crediti marci

Li chiamano con nomi inglesi che non fanno capire le cose e, qualora tradotti, rendono annacquata la spiegazione, edulcorata, ingentilita.
“Non performing loans” – questi i termini della finanza – significa prestiti non performanti. Chiamiamoli in modo più chiaro, in italiano. Ma non chiamiamoli crediti deteriorati. Diciamo in modo semplice ciò che sono: spazzatura.

I bilanci delle banche italiane traboccano, oggi, di questa roba.

Ma perché si è creata? Perché in una economia a cambio fisso (euro) nella quale la competitività delle nostre impresa è stata progressivamente annientata, se tu tagli la liquidità, come è avvenuto a partire dal 2010 circa, le imprese vanno prima in sofferenza, e poi al cimitero.

Avendo spostato la liquidità dalle imprese ai titoli del debito pubblico, per le ragioni spiegate in altri articoli, in un sistema economico di piccola e micro impresa familiare e bancocentrico, viene meno la linfa vitale al sistema, e il sistema economico italiano crolla, come da figura 1.

Fig. 1  – la crisi della liquidità

Come si vede, si innesca una spirale, un circolo vizioso. Alla fine, sono state le stesse banche a subirne gli effetti, come si scopre esaminando i loro bilanci.

Ma dietro il PIL ci sono le persone. Ci sono milioni di disoccupati, di persone alla soglia di povertà, di giovani che non cercano nemmeno più il lavoro, gli scoraggiati, perché sanno di non trovarlo (almeno, nel lavoro dipendente). Ma nessuno, in questo Stato, ha mai pensato negli ultimi decenni che il lavoro non nasce sotto le piante, ma lo creano gli imprenditori.

Hanno sempre pensato solo ad alzare la pressione fiscale sugli imprenditori, oggi a livelli insostenibili.

Sta di fatto che le imprese italiane, in questi anni, e cioè dal 2010 al 2017 vanno in una crisi senza precedenti. Quella cosiddetta “crisi”, nata da un cambiamento di modello economico degli anni ’90 e dall’ingresso alla fine del secolo nell’Unione Europea (l’aggancio alle regole è del 1997, ben prima del momento formale), scoppia con un detonatore finanziario. Il virus, innescato tra il 2010 e il 2012, scoppia in tutta la sua virulenza negli anni successivi. Basti pensare che si arriva nel 2015 al 22% dei crediti italiani nella pancia delle banche giudicati inesigibili.

Tradotto, oltre un credito su cinque è a metà del secondo decennio marcio.

Spazzatura.

 

Come si gestisce la puzza

La spazzatura puzza.

La crescita esponenziale del marcio costringe così le banche ad alzare gli accantonamenti per perdite presunte su crediti. Ma tali accantonamenti sono costi, per le banche, e così, per la prima volta, le banche italiane conoscono negli scorsi anni un fenomeno del tutto inusuale e anomalo: vanno in perdita.

La strada per mettere ordine nel marcio del bilancio delle banche italiane ha un nome ben preciso: svalutazione. Quindi, se tu hai un milione di credito verso un’impresa e l’impresa va in insolvenza, puoi pensare di svalutare il credito e di recuperane poniamo la metà, con la svendita all’asta del capannone dato in ipoteca o della casa di famiglia dell’imprenditore.

Si verifica così, per scelte e regole internazionali esogene al sistema italiano, la distruzione di un valore primario della nostra economia, e cioè il risparmio privato. Questo fattore genera un vero e proprio disastro sociale, con la creazione di nuovi e mai visti livelli di povertà nel nostro Paese.

Cionondiméno, la distruzione sociale non può non aver riflessi sul sistema bancario che ha contribuito, per cause esogene, a determinarli. I costi operativi di una banca oscillano attorno al 60%. Ma se noi aggiungiamo gravi svalutazioni dei crediti malati, scopriamo perché esplode lo stesso settore bancario.

Prima della cosiddetta “crisi” del 2007 per le banche l’incidenza di quei costi era il 10% circa. Oggi, per alcune banche italiane è arrivato alla metà dei ricavi, per altri copre addirittura il livello dei ricavi.

E’ la spiegazione di quanto sta succedendo sul cosiddetto salvataggio delle banche in crisi.

La ragione è che si scopre – oggi? – che le banche hanno anche un valore sociale.

E allora – di grazia – perché gli utili devono essere privati ma le perdite pubbliche?

 

Ciò che non vogliono spiegare

In pochi anni, lo spostamento di circa 400 miliardi dal finanziamento dell’economia privata al finanziamento del debito pubblico porta a un implosione del sistema economico italiano, incentrato su una piccola e micro impresa, spesso familiare, totalmente dipendente dal sistema bancario.

Si arriva a un livello di crediti deteriorati, marci, per circa 341 miliardi di euro e, con la speculazione internazionale orchestrata ai danni dell’Italia nel 2011 al fine di ribaltare il controllo politico e far cadere un Governo politico sostituendolo con uno tecnico, si generano oltre 62 miliardi di perdite nei bilanci delle banche.

Ma se un bilancio genera perdite, occorre ricapitalizzare, cioè rimettere patrimonio. Negli anni dal 2011 ad oggi, oltre 45 miliardi sono stati gettati nei bilanci delle banche, per patrimonializzarle.

Curioso che le regole europee parlino solo di patrimonializzazione e non di redditualità.

Lo scopo del modello neoliberista non è più la distribuzione della ricchezza su tutte le fasce sociali, ma la redistribuzione in capo a pochi, i soli più ricchi, attraverso le regole della finanza, creando un mondo di schiavi che si indebiteranno presso di loro per sopravvivere.

Non vogliono che si sappia che il problema non è il debito pubblico, ma quello privato.

 

La spirale del BAIL IN

Invece, per non cambiare nulla, verso la metà del decennio arriva una parola prima sconosciuta: Bail In.

E’ introdotta da una direttiva europea dalla sigla sibillina, BRRD (Bank Recovery and Resolution Directive). Il principio, che viene presentato come un sano dogma liberista, è che lo Stato non deve più farsi carico del salvataggio delle banche private.

Ma che bello! Tutti gli opinionisti economici ad applaudire!

Ma, come tutte le cose sibilline, nasconde una trappola. Si comprende ben presto che, se non interviene lo Stato, allora intervengono gli azionisti, prima, e i finanziatori poi, cioè in sostanza i creditori, gradualmente, a seconda del cosiddetto “grado di privilegio”.

In pratica, si passa dal salvare le banche da parte degli Stati, come era avvenuto negli anni precedenti, al chiedere che siano direttamente i cittadini. Così si motiva il fatto che possano essere trascinati nel baratro i possessori delle cosiddette “obbligazioni subordinate”, fino ad arrivare a prevedere di aggredire direttamente il risparmio dei correntisti, sia pure con una barriera di protezione (del tutto teorica e di fatto inesistente, nel caso di fallimento di banche di grande dimensione) al di sotto dei centomila euro.

In questo modo, con un colpo di spugna si cancellano due pilastri. Il primo un pilastro del diritto e della nostra Costituzione, e cioè l’articolo 47 che tutela il risparmio. Il secondo, un principio sacro e inviolabile dell’economia, che distingue il capitale di rischio (come le azioni) e il capitale di debito (come le obbligazioni).

 

Gli animali e la pseudouguaglianza

Nella “Fattoria degli animali”, lo scrittore George Orwell scrive una celebre frase.

« Tutti gli animali sono uguali,
ma alcuni sono più uguali degli altri. »

Orwell prevedeva un mondo (molto simile a quello in cui oggi viviamo, in Unione Europea) permeato del principio di Pseudouguaglianza.

Ora, prendiamo la Germania e le critiche che, quotidianamente, rivolge alla nostra Nazione. Quando la Germania decide, dopo aver risanato le proprie banche, di cambiare le regole del gioco impedendo di fatto gli aiuti di Stato, tutti – compreso tanti commentatori italiani – applaudono il rigore tedesco.

Vogliamo vedere il rigore tedesco e quello italiano a confronto?

Si veda sempre la barra blu italiana contrapposta, questa volta, alla sola virtuosa Germania.

Nel grafico seguente si veda il confronto negli anni degli aiuti di Stato di Italia e Germania ai rispettivi sistemi bancari (milioni di euro, Italia in blu, Germania in grigio).


Fonte: Centro Studi Win the Bank su rielaborazione dati Eurostat

Infine, si veda l’impietoso confronto tra il totale degli aiuti di Stato (in milioni di euro) tra Germania e Italia.

Fonte: Centro Studi Win the Bank su rielaborazione dati Eurostat

Qualche idiota commenterà: ma la colpa è dei politici italiani, che a differenza dei tedeschi dormivano in Parlamento a Roma e a Bruxelles!

Orbene, statisticamente è più facile scommettere sul fatto che in un campione sufficientemente diversificato ci possa essere un commentatore idiota tra i molti, che ritenere che un intero popolo (gli italiani) sia fatto di spendaccioni e coglioni e un intero popolo (i tedeschi) sia costituito di virtuosi e saggi.

La verità è un’altra e qualcuno su un blog privato indipendente la dovrà pur dire.

L’Italia non ha potuto beneficiare degli aiuti di Stato, quando lo faceva la Germania, per la sola e semplice ragione che, complice la speculazione internazionale mossa ad arte manovrando lo “spread”, nel nostro Paese non si è avuto il caso dello Stato che ha salvato le banche, ma delle banche che hanno salvato lo Stato (comprandone i titoli del debito pubblico).

Poi, dopo aver salvato le proprie banche, la Germania ha cambiato le regole.

Ora, se devo commentare la maialata del “Bail In”, non posso che ricordare come avesse proprio ragione Orwell: tutti i maiali sono uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri.

 

La terza strada

In realtà, tra il nuovo Bail In e il vecchio Bail Out ci condurranno per mano verso una terza strada.

La chiamano “ricapitalizzazione precauzionale di Stato”, per non definirla com’è: una nazionalizzazione temporanea delle banche. Prendiamo il caso Monte dei Paschi di Siena, ma anche i casi delle banche venete, cioè Banca Popolare di Vicenza e Veneto Banca.

Ma devono esserci due requisiti fondamentali, affinché lo Stato possa intervenire con tale ricapitalizzazione, cioè con una operazione del “paga pantalone”.

Il primo requisito è che l’istituto deve essere solvibile. Il secondo requisito è che sia a rischio la stabilità finanziaria del Paese (cioè rischio di fallimento dello Stato).

Allora, fatemi capire, come se fossi un bambino: mi state dicendo che le banche hanno aiutato lo Stato, uccidendo l’economia privata, che quindi ha messo in ginocchio le banche, che ora devono essere salvate dallo Stato?

Ve lo ripeto nella figura 2, perché la lucida follia di questa gente è senza confini.

Fig. 2 – il paradosso del salvataggio di Stato

Lo stato che, incidentalmente, saremmo noi.

Penso che se raccontassimo questa storia a un marziano appena sceso sul pianeta terra, penserebbe – a ragione – che siamo un popolo di matti.

 

Ma sono matti?

Oh, no.

Sanno benissimo, da decenni, da quando cioè hanno introdotto il cambiamento di sistema economico che ha generato tutta questa povertà, cosa stanno facendo. Sapevano benissimo che lo Stato italiano avrebbe assistito impassibile ai suicidi dei poveri piccoli imprenditori e alla disperazione dei senza tetto per il terremoto del Centro Italia, perché doveva al grido di “lo vuole l’Europa!” rispettare regole (assurde e prive di ogni scientificità) come quella del Fiscal Compact e del pareggio strutturale di bilancio.

Sapevano altresì che il Governo italiano avrebbe stanziato, in compenso, nello stesso inverno in cui i disperati terremotati vivevano al freddo nelle roulotte e nei container sotto la neve, ben 20 miliardi di euro per la ricapitalizzazione preventiva, cioè per il salvataggio di Stato delle banche in difficoltà.

Ora, seguitemi perché il disegno criminale di chi ha immaginato tutto questo va oltre ogni confine di assenza di etica.

Da un lato, sapevano benissimo che gli aiuti di Stato sarebbero stati temporanei, cioè con prospettiva di uscita nel medio termine, quando altri scenari saranno all’orizzonte, con capitali privati esteri pronti a subentrare, a prezzo di saldo, per comprarsi la polpa delle banche italiane, come già hanno fatto nella fase precedente con le imprese industriali.

Dall’altro, sapevano che per le citate regole europee, parte del debito subordinato in capo ai risparmiatori sarà convertito in azioni e quindi questi saranno trascinati nel costo del salvataggio. Oh, sanno anche bene che anche qualora il prestito sia stato collocato a suo tempo in modo non trasparente –  nessun organo di controllo avendo sollevato obiezioni – basterà una transazione verso tanti piccoli disperati, come è avvenuto in altri casi (le banche Venete, per esempio).

Nessuno interverrà a dire che più che transazione sarà una presa in giro, con l’Agenzia delle Entrate che, come nel caso delle banche venete, si sta già fregando le mani, reclamando la tassazione, giustamente osservando che non si tratti di mero rimborso, dato che ai risparmiatori viene fatta espressamente firmare una clausola nella quale si rinuncia espressamente al diritto di procedere in giudizio verso la banca.

Oh, sono tutt’altro che matti o sprovveduti.

 

Conclusioni

Ormai sui media ci raccontano, con grande enfasi, che i crediti marci avrebbero finito di crescere e il sistema bancario sarebbe solido.
Omettono un piccolo particolare.

Quei crediti marci, non valgono praticamente più nulla. Con questa logica, gli asset bancari, cioè gli impieghi nei crediti, vengono svalutati. In questi mesi, sono quotidiane le pressioni a che si faccia presto a svalutarli.

Presto perché e per chi? E chi solleva tali premure?

Pensano al nostro bene naturalmente gli organi di vigilanza, cioè sia la Banca Centrale Europea sia la Commissione Competitività dell’Unione Europea. Strano non abbiano da dire nulla, invece, sulle montagne di derivati e titoli tossici che sono nelle pance delle banche nordiche, molto più rischiosi.

Affermo che siano molto più rischiosi perché la loro valutazione è interna, cioè non è regolamentata da nessun organo esterno e procedura rigorosa, come avviene dal lato dei prestiti. Mentre si è rigorosi e inflessibili controllori del rischio di credito sulle banche italiane, si è molto più tolleranti – per non dire ciechi – in tema di bilanci nella parte finanziaria tipica dei modelli di banche del centro nord europa, molto più pericolosa.

Ci si fida delle valutazioni di rischio e dei parametri di stima di periti cosiddetti “indipendenti”. Pagati da chi? Dalle stesse banche che loro dovrebbero controllare.

Così, mentre da un lato si finge da parte degli organi di vigilanza di non vedere quelle cose che gridano vendetta, dall’altra si spinge verso la svendita degli asset, cioè dei valori in pancia delle banche italiane. Quei valori saranno comperati a prezzo di saldo da operatori speculativi internazionali.

Tutta la normativa sulle fusioni bancarie, sugli accorpamenti, sui licenziamenti forzati di personale (vero motivo delle fusioni), sul rispetto di rapporti patrimoniali, sono semplicemente finalizzati alla rivoluzione sul mercato del credito. Quella rivoluzione vedrà nei prossimi anni sparire centinaia di banche, sostituite in Italia da non più di otto o dieci raggruppamenti bancari di enormi dimensioni.

Di chi sarà, alla fine del gioco, la proprietà di controllo, cioè se ancora italiana o estera, è la vera partita sulla quale restano molti dubbi.

Di tutta questa enorme partita, che è la vera sfida economica del nostro Paese – poiché nessuna politica economica è possibile a un Governo che non governa più il proprio sistema bancario – io non sento una sola parola nel dibattito politico. Come se, quando ci sarà in Italia qualche milione di piccole e micro imprese – quelle che danno da mangiare a tante famiglie italiane – a dover chiedere il credito a una decina colossi bancari internazionali, sia irrilevante la proprietà degli stessi.

Ed ecco, in conclusione, perché continuano da anni a parlar solo di patrimonialità, e non di redditività del sistema bancario.

Se si parlasse nuovamente di redditività, il rischio sarebbe che qualcuno facesse notare che, invece di insistere sulla patrimonializzazione della finanza, sarebbe molto più semplice cambiare modello economico e tornare a parlare di produrre reddito, redistribuire ricchezza e garantire giustizia sociale.

Ci sarebbe il rischio che qualcuno, come me, affermasse che sarebbe molto più sensato finanziare di nuovo tubi e vacche, industria e agricoltura, e che preferirebbe tornare a vedere qualche merda di vacca in più nei campi che tanti pezzi di merda nei mercati finanziari.

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