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La vera storia della restrizione del credito

Un articolo di Valerio Malvezzi

La crisi del 2008 ha avuto per protagoniste le banche, ma non è stata determinata dalle banche. Come ho ricordato in un precedente articolo, la causa è stata il cambiamento pianificato e deliberato di sistema economico. Quello che molti commentatori considerano la causa della crisi non è altro che l’effetto.

L’effetto scatenante è stato quello dell’eccesso di strumenti derivati, con l’acquisto in grande scala di titoli tossici. L’altro effetto scatenante è stato la miccia collegata a questo detonatore, e cioè l’eccesso (in America) di mutui cosiddetti sub prime e operazioni dette ninja (no income, no jobs), cioè persone senza né reddito né occupazione, non in grado di ripagare il mutuo.

Così, avendo spostato l’epicentro dal finanziare l’economia al finanziare pezzi di carta – come spiegato nel precedente articolo – la finanza implode su sé stessa, scoprendo (grande scoperta!) che chi non ha un reddito e un lavoro non può essere in grado, magicamente, di rimborsare un prestito.

Il fallimento Lehman Brothers,
Wall Street Journal, 15 settembre 2008

La crisi del 2008, che assume proporzioni mondiali con il fallimento Lehman, non è una crisi finanziaria, come tutti hanno capito. E’ invece una crisi che nasce, come ho altrove spiegato, molti anni prima, con un cambiamento di modello economico che sposta il denaro del mondo dal finanziare case e imprese al finanziare pezzi di carta. E’ l’economia che va in crisi, non la finanza.

 

Causa ed effetto

Un secondo grave errore di analisi è stato quello di considerare le banche italiane come colpevoli della restrizione creditizia sulle imprese e le famiglie.

Sia chiaro, è evidente che queste sono state il braccio di un’operazione innegabile – del resto da me ampiamente documentata su questo blog e altrove, ivi compresa la mia rubrica su Panorama – di restrizione del credito.

Ma chi è stata la mente?

La stessa mente diabolica che, vent’anni prima, aveva introdotto un modello neo liberista in economia. Ma si presti attenzione a una evidenza.

Non è affatto vero che le banche italiane vengano colpite dalla crisi del 2008. Questo è un falso storico.

Al contrario, le banche italiane escono, almeno inizialmente, relativamente indenni da quella cosiddetta “crisi”. La ragione è duplice: le nostre banche non avevano i due presupposti di cui sopra ho detto, e cioè non erano piene di derivati e titoli tossici e non avevano fatto operazioni speculative sul mercato immobiliare come le loro controparti statunitense.

Eppure, come molti sanno e come ho documentato in molti articoli, le banche italiane negli scorsi anni iniziano una restrizione del credito come mai si era verificata nella storia repubblicana, dal dopoguerra ad oggi. Tale restrizione, a differenza di quanto affermato dalle voci ufficiali, sta continuando, in maniera peraltro selettiva e punitiva verso le piccole e micro imprese.

Di qui, molti opinionisti, stolti oppure in malafede, da anni commentano che questo dipenderebbe dalla nostra struttura economica, fatta di piccole e micro imprese, che sarebbero più deboli di quelle di altri Paesi. Non passa giorno che poi il lager finanziario nel quale siamo stati cacciati – l’Unione Europea – non ci attacchi con i suoi bracci armati, gli organi di vigilanza, le Commissioni, la BCE. Noi italiani avremmo oggi il sistema bancario in crisi per via della nostra debolezza strutturale, per via delle “mancate riforme” e per via del nostro sistema imprenditoriale “debole”.

Questo è un secondo falso storico.

 

Il secondo falso storico

Ma allora, perché le banche italiane, a un certo punto, chiudono il rubinetto del credito alle imprese?

Per capirlo, bisogna tornare a quegli anni. La cosiddetta “crisi”, in Italia, morde qualche tempo dopo, perché, come ricordato, le nostre banche non avevano direttamente subito i problemi delle banche speculative intenazionali.

Ma interviene un secondo aspetto, un colpo di coda.
Se tu vuoi colpire un Paese un tempo sovrano – ora servo dell’Europa, avendo ceduto a una Banca Centrale Privata la sovranità monetaria, cioè il diritto di battere moneta nell’interesse dei propri cittadini – e se hai una mente diabolica, usi gli strumenti della finanza.

Esiste uno strumento della finanza – in realtà inesistente – in grado di far saltare i Paesi. Si chiama “spread”.

Prima del 2011, in Italia, praticamente nessuno sapeva cosa fosse, e questo nonostante da oltre vent’anni noi avessimo livelli ampiamente superiori a quelli conosciuti di recente. Ma, dato che eravamo in un altro sistema economico, non a cambi fissi come l’Euro, il nostro Paese era competitivo. A metà degli anni ’90, le agenzie di rating assegnavano al nostro Paese giudizi lusinghieri, anche in presenza di un elevato spread.

Improvvisamente, per una manovra speculativa internazionale, decisa da qualcuno che sapeva benissimo cosa stava orchestrando, si comincia ad accendere su tutti i media un faro sul nostro Paese, lanciando un grido di allarme: attenti allo spread!

Ora, corre l’obbligo di spiegare ai miei lettori che lo spread non esiste, è un’invenzione scenica, è il nulla. Ci vorrebbe un articolo dedicato solo a questo punto, che io spiego nelle mie conferenze serali. Ma quel nulla, manipolato da chi è in grado di alterare i giudizi delle Agenzie di Rating (non hanno nulla di scientifico), è in grado di fare saltare Governi e sistemi politici democraticamente eletti.

In quegli anni, il Governo italiano stava diventando ingombrante verso chi aveva l’interesse all’accelerazione imposta dalla Unione Europea verso un cambiamento radicale del sistema economico e doveva essere fatto saltare.

Così, il nulla viene manipolato ad arte per diventare un fantasma che terrorizza milioni di persone.

Sulle pagine dei principali giornali quotidiani economici italiani si invoca l’arrivo di un cambio di Governo (che sarebbe poi successo con l’entrata in scena del Professor Monti), facendo titoli a nove colonne e convincendo milioni di persone di essere in imminente pericolo di bancarotta, evidenziando il cresciuto differenziale tra i nostri titoli del debito pubblico decennale e quelli tedeschi (ripeto, manipolato dalla speculazione internazionale) e piazzando in prima pagina titoli come “manuale antipanico”.

Chiaramente, quando sulla prima pagina di un giornale tu parli di “manuale antipanico”, vi è una sola cosa che vuoi generare: il panico.

E infatti, il risultato è pienamente ottenuto, con la caduta di un governo politico e l’ingresso di un Governo tecnico, quello del bocconiano Monti, per la cronaca.

L’ormai famigerato titolo “Fate Presto” de Il Sole 24 ORE del 2011

 

Da quel momento, le politiche neoliberiste del nuovo Governo attuano le peggiori pratiche ordinate da Bruxelles e Francoforte, con l’obiettivo di ridurre il rapporto tra debito e PIL.

E infatti, come prevedibile e comprensibile da chiunque comprenda l’economia, distruggendo il PIL più di quanto riescano a ridurre il debito, peggiorano ulteriormente il rapporto.

 

L’accordo segreto

Quanto segue è una mia illazione.

Non esiste alcun documento storico. Tuttavia, qualsiasi uomo di economia di libero pensiero non può non convenire che, qualcosa del genere, debba essere successo. Questa ipotesi spiegherebbe quanto è successo sul panorama italiano sulla restrizione del credito. Altrimenti, nessuna altra spiegazione può risultare convincente, poiché non v’era motivo, allora, di distruggere il credito a famiglie e imprese, per le ragioni di salute sopra ricordate.

La mia spiegazione è la seguente.

Dato che lo spread comporta un aumento del profilo di rischio percepito su un soggetto debitore (in questo caso lo Stato italiano) allora ne consegue che inesorabilmente debba essere più alto il prezzo di acquisto. Ma, dato che avevamo da tempo perso la citata sovranità monetaria, la mente che ha orchestrato tutto questo sapeva benissimo che, così facendo, un Paese ad alto debito (non sovrano) sarebbe stato ricattabile dalla finanza internazionale. Nessuno avrebbe più comperato in maniera massiccia i titoli del debito pubblico italiano.

Ma se questo fosse avvenuto, sarebbe davvero successo ciò che si voleva minacciare, facendo arbitrariamente salire lo spread: il fallimento dello Stato italiano.

Un bel giorno, ci saremmo svegliati e avremmo scoperto che non venivano più pagati gli stipendi della pubblica amministrazione e non si sarebbero più pagate le pensioni.

Ebbene, io affermo che probabilmente una notte tra il 2010 e il 2012, cioè alcuni anni dopo lo scoppio della cosiddetta “crisi” sui mutui sub prime, quando la crisi si sposta dal comparto privato ai titoli del debito pubblico italiano, qualcuno abbia convocato una riunione segreta alla presenza di Banca d’Italia e del sistema bancario italiano e abbia detto qualcosa del genere: “Signori, dobbiamo far comperare i titoli del debito pubblico dalle banche italiane o qui salta tutta la baracca!”

Io non dubito che le banche private italiane abbiano accettato tale ruolo, per una duplice ragione di buon senso: in tal modo avrebbero abbassato il rischio e di conseguenza gli accantonamenti a riserva imposti dalle nuove norme di Basilea e in seconda battuta avrebbero incassato buone plusvalenze in una congiuntura di mercato difficile per l’economia industriale e manifatturiera, facendo buoni affari alla voce finanziaria.

Non esiste documento, è vero. Tuttavia, appare il fatto storico che, in pochi anni, somme enormi di ricchezza si spostino a comperare, per circa 400 miliardi, titoli del debito pubblico italiano, che finisce negli asset, cioè nella pancia, delle banche italiane.

L’Italia, al momento, è salva dalla speculazione.

 

La vera ragione del “CREDIT CRUNCH”

Ma la contabilità è un fatto curioso.

Poiché i bilanci devono pareggiare, le colonne devono stare a pareggio.

Luca Pacioli, italiano inventore della “partita doppia”,
dipinto attribuito a Jacopo de Barbari, 1500 circa

Se tu sposti quattrocento miliardi in pochi anni verso il settore pubblico, a parità di fonti (cioè di quanto hai nel lato destro del bilancio), devi ridurre da un’altra parte per pari ammontare gli impieghi.

Non stranamente, per un osservatore imparziale, si spiega così come le famiglie e le imprese italiane abbiano avuto, esattamente in quegli anni, una contrazione del credito di ammontare similare.

E’ del tutto un falso storico il fatto che le nostre piccole e micro imprese siano state la causa del fallimento di tante nostre banche. E’ vero il contrario: alcune banche sono state la causa del fallimento di tante piccole e micro imprese italiane.

Non per scelta, sia chiaro, ma per necessità. I soldi, per ordine superiore, si dovevano spostare altrove. Improvvisamente, e senza nessun preavviso, tanti imprenditori si sono sentiti revocare i fidi.

E alcuni, troppi, sono morti.

 

LA CHIUSURA DEL RUBINETTO

Le banche chiudono il rubinetto alle imprese, per anni. Il terzo falso storico è che il processo sia stato invertito da un paio d’anni, e cioè dal 2015, da quando cioè raccontano alla gente la favola della “ripresa”.

Il grafico sottostante dimostra la verità storica.Fonte: elaborazione Centro Studi Win The Bank su dati Banca d’Italia

Il grafico documenta l’andamento del credito alle imprese dal novembre 2011 fino a gennaio 2017. Come si vede, non si assiste a nessuna ripresa del credito negli ultimi due anni. A dire il vero, non può esserci – come non c’è – nessuna “ripresa” in atto nel sistema economico.

Ma, come previsto da chi aveva pensato a tutto questo, l’economia italiana, fatta di piccole e micro imprese, in un sistema banco centrico, chiudendo l’unico rubinetto esistente, quello bancario, va in crisi.

In pochissimi anni, falliscono tantissime imprese, decine di migliaia di persone restano senza lavoro e non pochi imprenditori – troppi, dimenticati dallo Stato italiano – si suicidano.

Sono quei suicidi e quei disoccupati a salvare le pensioni e gli stipendi della pubblica amministrazione.

Nessuno ha mai affermato cosa tanto pesante.

Qualcuno doveva pur farlo.

 

L’effetto disastroso su imprese e liberi professionisti

Quando le banche chiudono i rubinetti, le piccole e micro imprese italiane vanno in difficoltà. Il quarto falso storico è quindi il fatto che la crisi in Italia sia stata scatenata dalle piccole e micro imprese.

E’ esattamente l’opposto, semmai.

Sono le piccole e le micro imprese italiane che, per il combinato disposto di un’esistenza forzata priva di competitività in un sistema monetario a cambi fissi (euro) e per l’improvviso taglio della liquidità, devono fermare ciò che consente a un’impresa di restare competitiva sul mercato. Si tagliano le cose più preziose: gli investimenti.

A seguire, vengono tagliate tutte le spese ritenute superflue, come la formazione, il marketing, la consulenza. Di qui, è facile capire come decine di migliaia di liberi professionisti vadano, a loro volta, in crisi. La ragione è semplice: le imprese non possono più permettersi di pagare i loro servizi.

E così, di riflesso, come effetto e non come causa, le imprese italiane aumentano le sofferenze sul sistema bancario. Il sistema bancario che nega loro il credito misura, poco dopo, un drammatico peggioramento della capacità di rimborso del credito stesso da parte delle imprese prima affidate.

Fonte: elaborazione Centro Studi Win The Bank su dati Banca d’Italia

Il grafico sopra documenta quanto sopra affermato: in pochi anni, dal 2010 al 2017, esplodono le sofferenze delle banche, cioè i prestiti che le imprese, non più finanziate, non sono in grado di ripagare.

Quelle imprese, andando in insolvenza, sono costrette a ridurre personale, talora a chiudere. In un sistema italiano bancocentrico, l’effetto di quella decisione è esplosivo, perché fa saltare ogni equilibrio. Come era stato previsto da chi ha ordito tutto questo, i piccoli muoiono.

Nel lungo termine – ormai la “crisi” non è più un fatto di breve durata – si assiste a un crollo del Pil del 10% e della produzione industriale del 25%.

Uno scenario catastrofico, mascherato da un fatto episodico.

 

Conclusione

In questo articolo, si è offerto al lettore una diversa chiave di lettura dell’ultimo decennio, rovesciando le spiegazioni di causa ed effetto.

Era necessario farlo per potere poi, nel prossimo, spiegare l’attualità e cosa si stanno preparando per fare. Argomenterò dei cosiddetti crediti deteriorati, dell’effetto dei cosiddetti NPL (non performing loans) e dell’effetto sistemico che si sta volutamente creando, fingendo di proseguire tra le due soluzioni opposte del bail out (salvataggio delle banche da parte dello Stato) e del bail in (salvataggio da parte di risparmiatori), mentre in realtà si profila sempre più chiara una terza, inquietante, strada.

Nulla di quanto sta accadendo, in questa chiave di rilettura della storia economica, è casuale. Come si è argomentato nello scorso articolo e come si è sostenuto in questo, si tratta di un piano deliberato e pianificato di occupazione dell’economia da parte della finanza.

L’ultimo atto di questo disegno, ideato oltre trent’anni or sono, si compirà con una lotta impari, che vedrà Davide contro Golia.

Milioni di piccole e micro imprese si troveranno a dover competere per avere il credito da enormi banche, quando, al termine di operazioni di fusione e di rivoluzione delle regole del gioco, il disegno dell’occupazione del sistema bancario sarà stato completato.

Il fine ultimo di questo perverso gioco – come spiegherò – è aver pochi monopolisti del gioco.

E tanti schiavi, nel ruolo dei giocatori.

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