Cookies: Questo sito utilizza cookies indispensabili per il suo funzionamento, di profilazione prima parte e cookies di terze parti.
Cliccando su ACCETTA I COOKIES, utilizzando questo sito, scorrendo questa pagina, o registrandoti, presti il consenso all'uso dei cookies.
Per saperne di più clicca qui.

ACCETTA I COOKIES

Start Up: come calcolare il costo del lavoro (compreso il tuo)

Un articolo di Valerio Malvezzi

Secondo gli economisti classici, un’impresa e’ costituita primariamente da tre componenti. Esse, intersecandosi vicendevolmente, consentono all’impresa di operare come una macchina di tipo input/output.

Tutte le imprese del mondo funzionano allo stesso modo. Sono una scatola nella quale tu metti dentro qualcosa per tirar fuori qualcosa di diverso.

Una scatola misteriosa, vista dall’esterno.

Infatti, di quella scatola l’esterno vedra’ ben poco, e saranno i risultati contabili. Sulla base di quei risultati, espressi obbligatoriamente in bilanci, i fornitori di beni e servizi, ma anche le banche e soprattutto lo Stato, faranno i conti.

Se quei conti saranno buoni, probabilmente vorranno ancora avere a che fare con te e anzi, vorranno migliorare i rapporti, perche’ tutti saltano sul carro del vincitore.

Altrimenti, cominceranno azioni a vario titolo coercitive e negative nei tuoi confronti, o negandoti qualcosa oppure obbligandoti a fare qualcosa d’altro.
Questa e’ la sintesi del processo d’impresa.

Ma come funziona quella scatola misteriosa?

 

LA SCATOLA D’IMPRESA

Qualsiasi sia la tua attivita’ economica, se vuoi fare l’imprenditore lavorerai con quella scatola.

In essa entreranno dei fattori produttivi, per uscire beni o servizi. Questa e’ una regola universale. Ogni impresa del mondo, infatti, e’ sostanzialmente un processo di trasformazione.

INPUT >>

PROCESSO

OUTPUT >>

Con tale trasformazione, tu trasformerai i fattori in input in fattori in output.

Che tu voglia avviare un ristorante, una societa’ di consulenza, uno studio dentistico, un albergo, una gelateria in un centro commerciale, una ditta artigiana nella lavorazione lamiera o una societa’ di web marketing, comunque non sfuggirai a quella regola universale.

Semplicemente, varieranno gli output.

Saranno pasti, dossier di consulenza, prestazioni mediche, posti letto, gelati, semilavorati in lamiera o servizi di consulenza; ma sempre prodotti o servizi saranno.

Parimenti, varieranno gli input.

Saranno generi alimentari, informazioni, strumentazioni mediche, arredi, latte e uova, pezzi di lamiera o software: ma sempre fattori di produzione di prodotto o servizio saranno.

 

 

I DIVERSI FATTORI DI INPUT / OUTPUT

Solo che, anche se facessimo un elenco sterminato di fattori di output, alla fine troveremmo sempre due e solo due possibilita’: prodotti o servizi (o combinazioni dei due).

Parimenti, anche se facessimo un elenco sterminato di fattori di input, alla fine ne troveremmo sempre un numero limitato, ma leggermente superiore al primo schema.

Di quanto, superiore?

Considera che il complesso di tutti i fattori di input produttivo, davvero innumerevole, che potremmo elencare per la tua impresa, puo’ essere sintetizzato, per gli economisti, in una semplice parola che tutti li accomuna. Quella parola riguarda beni sia materiali sia immateriali, a costo fisso o variabile, riferiti alla gestione tipica o accessoria, a spesa ripetuta o una tantum (investimenti).

Sintetizziamo.

1

Beni

Ora, dovrai convenire che quei beni dovranno essere usati da qualcuno. Neppure la fabbrica piu’ automatizzata potra’ funzionare totalmente in assenza di lavoro umano. L’uomo e’ una caratteristica indispensabile di ogni impresa, perche’ ogni impresa e’ una attivita’ umana.

Non ho mai sentito (finora) di una impresa avviata da un robot.

2

Lavoro

Tristemente, se stai leggendo queste pagine probabilmente sai benissimo che, per far funzionare una impresa, qualsiasi impresa del mondo, serve un terzo fattore.

3

Capitale

Fin qui, cose note e inconfutabili.

Forse meno noto il fatto che in un piano di start up, al fine di reperire il fattore 3, cioe’ il denaro (da un socio, un fondo, una banca, una societa’ di leasing, ecc.) occorre concentrarsi in modo non secondario su un altro fattore.

Quale dei due restanti?

2

Il lavoro, ovvio. – pensera’ qualcuno.

E allora se e’ cosi’ – obietto io- come mai nella maggioranza dei business plan in start up questo fattore e’ quasi secondario, malamente spiegato o talora non spiegato affatto?

 

IL FATTORE LAVORO

A mio parere, dei tre fattori neoclassici due sono addirittura pleonastici.

In teoria, almeno, potremmo immaginare imprese a bassissimo valore di beni e imprese in cui addirittura il lavoro paghi il capitale mancante. Non di rado, qualche start up nasce, magari a fatica, con tale approccio.

Ma nessuna impresa del mondo, per converso, puo’ esistere senza quello che dei tre fattori classici e’ a mio modo di vedere quello centrale, assolutamente indispensabile in qualsiasi configurazione umana, come e’ certamente l’organizzazione detta comunemente impresa.

Dato il fatto che l’impresa e’ fatta sempre dal genere umano, questo e’ il solo fattore davvero cruciale.

L’essere umano e’ centrale in ogni impresa.

In una start up, la sua importanza diventa addirittura cruciale.

Se io sono una banca, e devo decidere se finanziare o meno un’impresa (ma lo stesso ragionamento varrebbe per un fondo, un socio privato e via discorrendo) allora voglio capire molto bene quale sia la variabile umana sottostante.

Non mi si venga a dire che il progetto d’impresa ruota solo attorno all’imprenditore poiche’ – nella maggior parte dei casi almeno – non e’ affatto cosi’.

In ogni caso, gia’ altrove ho discusso dell’importanza di descrivere l’imprenditore, indicando alcuni temi essenziali. Qui intendo rappresentare due cose nuove e aggiuntive a quel ragionamento.

La prima e’ il fatto che spesso la criticita’ di un’impresa e’ anche il suo punto di forza.

La seconda e’ che l’equilibrio tra i due va rappresentato adeguatamente, nei numeri.

Vediamo questi due aspetti.

 

FORZA E DEBOLEZZA

Molti imprenditori coi quali ho avuto a che fare, anche recentemente, per progetti di start up sono risultate persone credibili. Sapevano descrivere il loro prodotto e servizio, la loro idea, i risultati attesi. Il loro piano era apparentemente solido, perche’ era ben descritto il mercato, l’analisi della domanda e dell’offerta, il modello di business e la struttura dei ricavi e dei costi.

Tutto scorreva via liscio, fino a un punto: il modello organizzativo.

Li’, era un buco nero.

Il lavoro, inteso sia come contributo dei soci, sia come supporto dei collaboratori, dipendenti o meno, non era affatto credibile.

L’imprenditore “dominus” di un progetto di start up, non di rado, tende a essere individuato dal potenziale finanziatore come un “primo proponente” dell’iniziativa.

Intendo dire che, in ogni organizzazione umana, vi e’ sempre, naturalmente, qualcuno che emerge, che e’ il motore dell’idea, colui attorno il quale un gruppo si aggrega.

Il punto e’ un altro: ma il gruppo ci vuole.

Altrimenti, sorge al finanziatore il dubbio che tutto il progetto si regga attorno al lavoro di una sola persona, che e’ di quel progetto da un lato il dominus (punto di forza), ma dall’altro l’anello debole (punto di debolezza).
Il finanziatore solitamente non gradisce progetti in cui una sola persona pare reggere le sorti del mondo.

 

Ma questa impresa si reggera’

tutta su di lui?

 

Per quanto l’individuo sia certamente importante, non si dimentichi che una impresa – tolto i casi piu’ semlici – e’ essenzialmente un’organizzazione di persone.

Puo’ anche partire, in fase iniziale, con un numero estremamente ridotto di persone. Ma intanto, occorre spiegare quale sia il lavoro dei soci. Secondariamente, se nel tuo business plan le barre dei fatturati crescono negli anni, devi spiegare come intendi far crescere, coerentemente, la squadra che le sostiene.

Non e’ credibile una crescita, oltre certi livelli, in assenza di una squadra.

 

O, almeno in divenire,

e’ prevista una squadra?

 

Molti imprenditori, quando spiegano il proprio progetto, appaiono come uomini soli al comando. Ma il finanziatore – sia che porti capitale di rischio, sia che porti capitale di debito – cerca invece di finanziare un progetto nel quale esista una organizzazione, in forma di squadra.

Anche molto piccola, magari, ma coerente con le dinamiche attese del fatturato.

 

IL COSTO DEL TUO LAVORO

Tolti i casi nei quali il costo del lavoro e’ meno rilevante – le ditte individuali, per esempio – in tutti gli altri ambiti non puo’ essere trascurato.
Non di rado mi capita di leggere dei business plan con magari tre soci e cercare, nei numeri che mi sono presentati sul conto economico dall’imprenditore, una corrispondenza economica al lavoro prestato.

Scusa – chiedo – ma dove leggo la vostra remunerazione, in questo piano?

Ah beh – mi risponde impacciato l’interlocutore – non lo abbiamo previsto, ma poi vediamo.

Ora, come me lo chiedo io se lo chiedera’ anche un altro: la banca, ad esempio.

A meno che, davvero, tu mi voglia raccontare la favola della eventuale distribuzione di utili a fine anno, favola che ben si adatta al modello delle societa’ di capitali di medio grandi dimensioni e in fase di continuita’.

In fase di start up, e’ assai probabile che i soci debbano trarre il frutto del loro lavoro dall’azienda.

E allora, quel frutto va indicato, magari a livelli minimali iniziali e poi via via crescenti. Ma certamente, in un piano di quattro anni il valutatore si porra’ delle domande se al quarto anno la remunerazione attesa dei soci, il loro emolumento, le loro note spese, insomma una qualche forma di remunerazione non e’ prevista.

Ah, ma nei primi anni non intendiamo gravare sulla societa’! – e’ la risposta classica.

Non solo comprensibile, ma anche ammirevole.

Solo che, in tal caso, mi devi spiegare due cose: la prima e’ da dove trai le fonti di sostentamento personali e la seconda e’ se esse hanno forma di reddito da capitale o da lavoro.

Se infatti dovessi, come potenziale finanziatore, scoprire che mentre sei in fase di start up il tuo lavoro e’ in parte dedicato ad altre attivita’ per mantenerti, allora vorrei capire se tale lavoro alternativo consente di raggiungere i risultati promessi dal piano o se il piano risulti eventualmente ottimistico.

E veniamo ai costi del lavoro dipendente.

 

IL COSTO DEL LAVORO DI TERZI

Quando presenterai un piano di start up, sara’ buona regola rappresentarlo su piu’ anni.

Io consiglio solitamente quattro anni e, in tale arco temporale, diversi tipi di societa’, per crescere, ipotizzano un aumento di personale, rispetto al giorno zero.

Ora, dovrai produrre certamente due cose.

La prima e’ un modello organizzativo che, correlandosi alle altre parti del business plan, spieghi dove sara’ inserita la nuova forza lavoro, con quali mansioni, ruoli e correlati costi.

Costi lordi aziendali, per favore.

Non sei piu’ un lavoratore dipendente, e un imprenditore ragiona solo di costo lordo, pieno per l’azienda.

Secondariamente, tale prima tabella dovra’ essere collegata a una seconda tabella, nella quale il costo del lavoro sara’ calcolato con una semplice regola.

 

NUMERO U.L.A. x COSTO MEDIO U.L.A.

 

Il termine U.L.A. significa Unita’ Lavorativa Anno.

Per ogni categoria, dovrai quindi stabilire innanzitutto quante persone lavorano nell’anno di riferimento. Se una persona dovesse lavorare part time mezza giornata, o per esempio per sei mesi all’anno, allora sara’ considerata come mezza U.L.A., e via discorrendo.

Secondariamente, per ogni tipologia di categoria, dovrai stabilire un costo medio annuo aziendale a persona.

A quel punto, la moltiplicazione dei due fattori dara’ una stima ragionevole del costo annuo, cui dovrai aggiungere altri dettagli, come ad esempio una quota di trattamento fine rapporto.

Il mio consiglio e’ sempre quello di render le cose semplici, passando da un modello organizzativo che magari prevede a regime 10 persone a una tavola di sintesi del budget del lavoro nel quale queste, a regime, saranno divise in sole massimo 4 categorie di U.L.A. (a mero titolo di esempio,amministratori, area commerciale, area amministrativa, area operai).

 

CONCLUSIONE

La credibilita’ di un business plan per una azienda in start up dipende da molti fattori. Il primo e’ certamente la credibilita’ del soggetto proponente.

E’ pacifico che colui che presenta il proprio piano scritto – cioe’ l’imprenditore – debba essere la persona attorno alla quale si gioca buona parte della valutazione.

Ma e’ altrettanto importante comprendere che – tolti i casi piu’ semplici, come le ditte individuali – in tutti gli altri casi d’impresa la remunerazione del lavoro e’ un fatto importante che va rappresentato nel business plan.

Per poterlo fare senza dare l’impressione di buttare numeri a casaccio, occorre un’analisi quantitativa del costo della forza lavoro, da un lato, e un’analisi qualitativa della squadra che stai raccogliendo intorno a te, dall’altro.

Recentemente ho posto questa critica a diversi piani di impresa che, apparentemente solidi in prima istanza, palesavano ad una piu’ approfondita analisi una carenza su questi due punti.

Ma pensi di fare tutto da solo? – si chiedera’ la banca.

E non puoi rispondere che stai cercando i tuoi soci, oppure che questi non hanno ancora deciso se e come intervenire (magari in quote di capitale) nell’impresa, e quanto del loro lavoro dedicare ad essa.

Come non puoi dire che servono persone specifiche, magari perche’ stai parlando di un progetto di web marketing che richiede skills particolari, e non sei in grado di presentare la struttura di persone minimale e necessaria per i numeri che hai previsto di fare al primo anno (con tanto di nomi, cognomi e curricula, se richiesti).

Presentarsi dal finanziatore in modo consapevole significa curare questi apparentemente secondari dettagli.

Iscriviti subito al gruppo Facebook WIN the BANK, dove migliaia di altri imprenditori e consulenti probabilmente ti confermeranno del fatto che le obiezioni mosse in questo articolo, se previste e corrette per tempo, consentono di presentarsi al finanziatore, ad esempio una banca, in modo professionale e convincente.

E se vuoi essere certo di poter finanziare la tua idea partecipa al corso che terro’ sul tema Start up a febbraio 2017, pensato da un imprenditore per altri imprenditori.

Ti è piaciuto? Condividi l'articolo!

Ti è piaciuto? Leggi anche ...

Start Up: come si calcolano i costi variabili

Che tu voglia aprire una gelateria in un centro commerciale, metter su la tua impresa di rivendita nel settore dell’occhialeria o inaugurare un nuovo ...