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Ultima scoperta degli esperti di finanza: l’opacità non ti fa avere credito

Un articolo di Valerio Malvezzi

Gli sconosciuti fanno fatica ad ottenere credito

In questo periodo abbiamo molto spesso utilizzato un termine nuovo per chi si avvicina al tema della finanza d’azienda e che noi di WIN the BANK usiamo per definire il concetto del rapporto tra banca e impresa: OPACITA’

Tale termine, che tanto ha fatto clamore tra chi mi segue, è un elemento centrale del Corso WIN the BANK (e del Sistema WIN the BANK), e quindi intendo spiegarlo in modo rigoroso. Tale concetto non è assodato nella disciplina dei Finanziamenti d’Azienda, ma è una mia deduzione frutto della prassi professionale e dell’esperienza di tanti anni ad occuparmi di banche e aziende.

Troppe volte, infatti, si ritiene che “andare in banca” sia possibile in modo destrutturato, non pianificato e – sostanzialmente – improvvisato. Non è la mia opinione, ma – soprattutto – non è l’opinione delle decine di donne e uomini di banca che ho intervistato in anni di ricerca, al fine di insegnare agli imprenditori e professionisti la loro opinione, più che la mia.

Ebbene, io intendo per “opacità” probabilmente il problema cruciale della piccola impresa italiana.

Non è questa certamente la sede per spiegare il fenomeno della restrizione creditizia (o “credit crunch”), poiché il discorso sarebbe complesso.
Tuttavia, mi limito ad osservare che, come ho dichiarato anche in TV e sui giornali, tale fenomeno è asimmetrico, cioè riguarda principalmente le piccole imprese, e non le grandi.

Molti si sono interrogati sul perché ciò sia successo, ma sui giornali arriva solo la spiegazione mediatica legata a vicende giudiziarie, di malaffare. Dato che non faccio il magistrato e – soprattutto – ben sapendo che tali vicende sono nettamente la minoranza dei casi, mi sono interrogato sulle ragioni economiche, e non giudiziarie.

In sintesi, io affermo che si possano sintetizzare in una sola parola le motivazioni che portano le medie, piccole  e micro imprese italiane (complessivamente il 99% del mercato) ad accedere con difficoltà al mercato del credito: opacità.

 

I 7 problemi per l’accesso al credito.

Intanto, esiste un problema di accesso ai finanziamenti delle piccole imprese, che di fatto preclude loro l’accesso al cosiddetto canale “diretto” (come ad esempio la borsa) e le porta – in pratica – ad essere finanziabili solo sul mercato “indiretto” (per capirci, la banca).

Questo fenomeno, tuttavia, comporta che il costo del loro denaro (pur sensibilmente più alto di quello fatto pagare alle grandi imprese) sia minore su tale mercato di quanto sarebbe sul mercato diretto, poiché per loro il costo di accesso sarebbe onerosissimo.

Ma per quale ragione?

Io rispondo per l’opacità (primo problema).

L’opacità contiene la mancanza di Know How che il mercato suppone sia da scontarsi per il mercato della piccola impresa.

A torto o a ragione – ai fini del risultato è irrilevante –  si ritiene che la grande impresa abbia un superiore “sapere” in materia di accesso ai mercati internazionali, di finanza, di gestione d’impresa, ma anche gestione del processo produttivo, di presenza stessa sui mercati internazionali, di innovazione e via discorrendo.

Una seconda ragione riguarda il fatto che la piccola impresa sconta un ulteriore costo, che è quello nascosto nell’immagine.

Nessuno – relativamente parlando – la conosce, quindi la mancanza di conoscenza rappresenta per l’interlocutore un aumento del rischio e un costo aggiuntivo di ricerca di informazioni. Tali costi vengono scaricati direttamente nei sistemi di rating bancari, in termini almeno di giudizio qualitativo, e certamente inficiano il merito creditizio, poiché la mancanza di immagine – che significa anche branding, riconoscibilità e via discorrendo –  ha senza dubbio alcuno costi di opportunità perduta.

Una terza motivazione è nascosta nel termine placing power, che possiamo tradurre come “capacità di collocamento”.

 

 

Nonostante tutti i tentativi legislativi in termini di aggiramento del mercato indiretto (la banca), portando le imprese a cercare canali alternativi (si veda il mercato delle obbligazioni e dei “mini bond”) di fatto manca per la piccola impresa la capacità di collocamento sul mercato del proprio debito. Quindi, la piccola impresa italiana non esce dal circuito bancario, poiché ha bisogno comunque di un intermediario tra il prestatore e il datore di fondi. E di nuovo, torniamo alla domanda: perché manca il placing power? Perché esiste opacità.

Una quarta spiegazione è legata alla mancanza di trasparenza informativa.

La piccola impresa italiana vive in un mondo, di cui è sostanzialmente custode il commercialista, che è improntato al nascondere informazioni, più che al fornirle.
Può risultare antipatico quanto affermo, ma è innegabile che un Paese come il nostro, che ha verso l’impresa un approccio vessatorio  – soprattutto e non solo sul versante fiscale – porta come reazione all’approccio del negare le informazioni, più che al fornirle liberamente.
Tale approccio è molto diverso da quello delle grandi imprese, abituate a fornire trimestrali, semestrali, informazioni volontarie al mercato.
Al contrario, la piccola impresa si fa chiedere il bilancio dalla banca per settimane e mesi, prima di soddisfare una richiesta informativa, sovente tardiva e scarsamente significativa sotto il profilo della qualità dell’informazione. E questo come si chiama? Opacità.

Una quinta spiegazione del problema è data dall’assetto proprietario, che nella piccola impresa italiana è tipicamente familiare.

Le logiche di governance – cioè di livello decisionale ultimo – sono legate a dinamiche di discussione non trasparenti, spesso svolte dietro le pareti familiari, in contesti decisionali assolutamente non trasparenti rispetto al mercato. E come vede il mercato questo approccio decisionale? Come opaco.

Una sesta spiegazione discende dalla logica familiare e riguarda il management.

Mentre la grande impresa ha la logica del management indipendente, solitamente selezionato sulla base di logiche di mercato, la piccola ha un management che – non di rado – è rinvenibile all’interno della famiglia, con logiche assolutamente non di competizione meritocratica. E di fronte a tale approccio, il mercato finanziario reagisce valutando tali logiche come inefficienti, preferendo di gran lunga la professionalità di un soggetto indipendente. Nuovamente, non esprimo opinioni personali, ma riferisco le logiche non dichiarate dietro ai sistemi di rating. La mancanza di management professionale nella figura del direttore finanziario, per esempio, che nella piccola impresa di fatto – diciamocelo – solitamente non esiste, viene valutata come una lacuna in termini qualitativi dal valutatore. E di nuovo, la motivazione è legata alla mancanza di trasparenza. Cioè, all’opacità.

Una settima e ultima spiegazione è legata alla vera motivazione del perché l’azienda italiana è e rimane familiare: la paura di perdita del controllo societario.

Tale cultura atavica, assolutamente italica e non frequente in contesti internazionali capitalistici, porta a un ulteriore effetto: la commistione tra patrimoni dell’impresa e patrimoni della famiglia. Con un ulteriore limite; che mentre il direttore finanziario della grande impresa sa negoziare con la banca (per esempio sul tema fideiussioni) chiedendo prestiti in cambio di depositi sulla medesima banca (ponendole in concorrenza) la piccola impresa ragiona separatamente con banche di raccolta e banche di impiego, separando la gestione patrimoniale in termini di approccio e al contempo paradossalmente fondendola in termini di uso. Dato che le altre banche hanno solo visibilità tramite la Centrale dei Rischi, nuovamente questo aspetto ha un termine che lo sintetizza: opacità.

Queste sette spiegazioni del concetto si scaricano in modo indifferenziato e confuso in un unico contenitore, che potrei definire “notorietà” dell’azienda.

Tale notorietà è inversamente proporzionale alla opacità, e direttamente proporzionale alla trasparenza.

In estrema sintesi, per semplificare e banalizzare il concetto, tutti sanno benissimo cosa sia il marchio “Ferrari” S.p.A. e quindi la valutazione finanziaria beneficia di un effetto di trasparenza informativa, che è negata a progetto analogo (ovviamente su scala più piccola) dell’azienda “Pincopallo” s.r.l., la quale si troverà a faticare di più per trasferire informazioni non diversamente rinvenibili sul mercato o a cadere nella trappola della “garanzia”.

Questa la mia analisi; il mercato imprenditoriale italiano non accede facilmente al mercato del credito per un problema di opacità.

 

 

Ma è un problema non risolvibile? Ecco le soluzioni.

Al contrario, noto il problema, si cerca una soluzione, che passa per il combinato disposto di due azioni complementari.
Esistono a mio parere due azioni che la piccola impresa può fare.

La prima è prendere atto del fatto che, se tu imprenditore non ottieni il credito, la colpa è sostanzialmente tua.

Questa sgradevole affermazione può non piacerti, poiché sarà molto più consolatorio pensare che gli altri che accedono al credito lo fanno in virtù di corsie preferenziali, più o meno lecite, ampiamente illustrate sulle pagine dei giornali dalle vicende giudiziarie. Libero di adottare tale approccio, ma chiediti come mai ogni giorno in Italia migliaia di piccole imprese vengano finanziate e se per caso, mentre tu protesti contro le banche su facebook, il tuo concorrente vicino di capannone ha ricevuto il rinnovo e magari l’ampliamento dei fidi.

La prima risposta è quindi intervenire a contrastare l’opacità con una azione interna all’azienda. Ciò significa non solo intervenire per tempo sulla gestione, molto prima di negoziare, con le tecniche che io spiego ai miei Corsi, e agire sugli strumenti informativi interni quali, prioritariamente, il Bilancio e la Centrale dei Rischi, nonché il business plan. Solo facendo conoscere la tua azienda coi documenti – storici e soprattutto prospettici – si riduce la percezione di opacità.

La seconda risposta è intervenire con una azione esterna all’azienda. Ora comprendi perché io, per primo in Italia, ho avuto l’idea di aprire il mercato della piccola impresa a quello della comunicazione.
Di qui, comprendi tutto l’enorme lavoro che sta facendo il mio socio Massimo Bolla in termini di comunicazione.

 

 

Nei nostri Corsi, come puoi vedere dalle testimonianze, molti professionisti e piccoli imprenditori, che altrimenti non avrebbero mai avuto la possibilità di interloquire con media primari, hanno la possibilità, più unica che rara, di farsi conoscere a livello nazionale.
Questa è la leva esterna per ridurre l’opacità, agendo cioè su un canale di comunicazione solitamente riservato – almeno fino ad oggi – solo alla grande impresa.

Guarda per esempio questo video in cui una nostra corsista, Jessica Riccò, presenta la sua idea imprenditoriale a Paolo Del Debbio:

 

 

Sintetizzando, l’opacità tipica della piccola impresa italiana si contrasta in due modi; con l’azione all’interno e all’esterno dell’azienda.

Con la prima azione si agisce sulle prime tre “C” del mio sistema:

  • Cultura Finanziaria,
  • Comportamento Finanziario e
  • Competenza Finanziaria.

Con la seconda, si aggiunge al sistema WIN the BANK la quarta componente, cioè la quarta “C”:

  • Comunicazione Finanziaria,

variabile chiave usata solo dal mercato della grande impresa.

Almeno, finora.

Ricordati che sei vuoi ottenere credito imparando l’unico sistema che esiste in Italia realizzato utilizzando ciò che dicono le banche (e non i libri si scuola), hai una sola possibilità: iscriverti al prossimo corso WIN the BANK.

 

 

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